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Il vero allarme? La classe dirigente

Per questo post, andrebbe bene solo il titolo. Del resto, cos’altro ci sarebbe da aggiungere?

Ah si, una forse ci sarebbe: generalizzare non è mai una buona cosa, quindi non va fatto neppure in questa circostanza.

Salta agli occhi, in ogni caso, l’immagine della totale confusione che sta mostrando l’attuale classe dirigente italiana nella gestione del (complesso?) fenomeno del coronavirus.

 

Un allarme, un’emergenza, una banale influenza, qualcosa più di un’influenza, una diversa forma di polmonite, un raffreddore mal curato, un’epidemia. Mi fermo qui, ma sono sicuro che se cercassi ancora, in qualche intervista degli scorsi giorni, troverei ulteriori definizioni di quello che non viene mai chiamato con il suo nome: un virus – meglio il Covid-19.

 

Parlano i politici; e si contraddicono. Parlano gli esperti; e si contraddicono, si battibeccano, per poi scusarsi. Parlano i commercianti e gli imprenditori; e sono unanimi: i danni economici stanno superando quelli sanitari. Giusto, sbagliato, chi lo sa. Non abbiamo le competenze e le informazioni – tanto sanitarie, quanto economiche – che circolano tra le più alte sfere delle Istituzioni.

Pertanto, non sappiamo neppure se le migliori misure da mettere in campo sono state quelle adottate fino a ieri o quelle in vigore da oggi. L’unica cosa su cui sembra però non esserci dubbio è la situazione di incertezza che le misure stanno creando, a causa della loro ambiguità e schizofrenia.

 

Dopo il primo contagio, il messaggio che è passato è stato quello di essere di fronte ad un’epidemia da contrastare a tutti i costi. La salute viene prima di qualunque altra cosa – e come non essere d’accordo! E, di conseguenza, scuole chiuse, locali chiusi, musei chiusi, e chi più ne ha più ne metta.

Il giorno dopo qualcuno si è accorto di aver esagerato, e allora tutti – mass media compresi – hanno iniziato a sminuire la gravità della situazione descritta fino a quel momento, consigliando ai cittadini una normale prudenza e attenzione, senza rinunciare alla loro regolare vita quotidiana. Troppo tardi.

Quei cittadini, nel frattempo, in alcune aree del Paese, avevano saccheggiato i supermercati – diventati involontariamente i luoghi di quell’assembramento che le ordinanze urgenti miravano a scongiurare.

 

Oggi, invece, non si sa. E mentre tutti aspettano di capire se ci sono aggiornamenti, nelle principali testate giornalistiche si fa il conto non solo dei nuovi contagi, ma anche dei guariti. La gente però rimane spaesata. A cosa credere: all’allarme di ieri, o al cessato allarme di oggi? All’epidemia o all’influenza stagionale?

Certamente, il comportamento degli Stati esteri non ci sta aiutando, dal momento che diversi voli con passeggeri italiani vengono rispediti al mittente. E così anche i turisti che avevano pensato di trascorrere qualche giorno in Italia, stanno annullando le prenotazioni negli hotel del Bel Paese.

 

Manca la fiducia nelle Istituzioni, che sembrano guidate da gente improvvisata e inadatta, concentrata più a gestire le crisi per un ritorno mediatico, piuttosto che per una risoluzione del problema. L’attenzione alla comunicazione, al messaggio da far passare, all’atteggiamento da assumere sembra aver prevalso rispetto alle azioni da mettere realmente in campo. E se tutto è affidato a chi la comunicazione non la sa gestire, ecco che i messaggi si contraddicono, perdono di credibilità, la gente non si fida più e la crisi diventa panico e psicosi diffusa.

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