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L'ex numero uno

Pur non avendo risolto il nodo del prossimo governo del Paese, una certezza, dopo le ultime consultazioni presidenziali, l’abbiamo acquisita: Berlusconi non accetta il fatto di non essere più il leader politico del centro-destra.

Il mini-show al quale abbiamo assistito ieri al Quirinale, durante la lettura del comunicato che Salvini ha esposto alla stampa e ai cittadini, ha dimostrato quanto a Berlusconi pesi il fatto di non essere stato, nell’ultima tornata elettorale, riconfermato leader del suo schieramento.

Berlusconi, va detto, è sempre lo stesso. Non gli si può rimproverare nulla, perché è sempre stato così. Ciò che è cambiato in questi anni è lo scenario politico, e il sentire comune, verso un certo modo di fare politica.

L’ex cavaliere parla un linguaggio politico che non comprende più nessuno – non tanto per i contenuti, ma, piuttosto, per i modi.

Atteggiamenti come i suoi, se fatti a 60 anni, possono dare l’impressione di avere a che fare con una persona simpatica ed esuberante. Posti in essere da un ottantenne rischiano di far scadere la stessa persona nel grottesco.

Incredulo di essere il secondo di Salvini, egli lavora affinché gli altri lo percepiscano come il regista della coalizione, ma l’esasperata ostentazione di questa condizione lascia intendere in realtà che nessuno lo considera tale, neppure all’interno della stessa coalizione di centro-destra.

 

Nell’epoca del 2.0, un Berlusconi 1.0 – che fu sicuramente un innovatore nell’era immediatamente successiva alla stagione di mani pulite – non può più funzionare. Lui – e i suoi più vicini collaboratori avrebbero la responsabilità di farglielo presente – potrebbe forse avere un maggior prestigio se decidesse di concludere la sua carriera politica facendo un autorevole e volontario passo indietro.

 

Protagonista per oltre vent’anni della scena politica italiana, indubbiamente, avrebbe tutto da guadagnare (se non altro negli archivi storici) se lasciasse intenzionalmente quel campo in cui decise di scendere negli anni ’90. Sarebbe ricordato per le vittorie, i successi e, senz’altro, criticato per le politiche dei suoi governi, ma, probabilmente, non sarebbe ricordato come il capo destituito che non accetta la sua nuova condizione di gregario – che, per dirla tutta, per come siamo stati abituati a conoscerlo, non gli potrebbe mai riuscire bene.

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