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Un gelato a Salvini, anzi no

 

È successo questo: Salvini è entrato in una gelateria con sua figlia e ha chiesto un gelato. La commessa si è rifiutata di darlo “perché razzista”.

Ognuno ha le proprie idee, e va bene. Ma “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” – art. 4 della Costituzione.

 

Un gelato è un gelato. Giusto. Ma il gesto della ragazza non può essere giustificato perché ha violato le principali norme della convivenza di un paese civile. Il senso del dovere, il ruolo professionale svolto, il contributo (positivo) da dare alla società: tutto è venuto meno perché il cliente è considerato razzista.

 

Senza entrare nel merito del razzismo o meno di Salvini – che spesso appare più come un’etichetta che non come una reale convinzione dello stesso esponente della Lega – l’avergli rifiutato un gelato ha erto la commessa a giudice ed esecutore.

La stessa ha voluto emettere una sentenza (di colpevolezza) ed ha voluto applicare la pena (niente gelato).

Questo atteggiamento –  che da un lato potrebbe classificarsi come un errore di gioventù o un'atteggiamento di impulsività giustificabile in una ragazza di 20 anni – si trascina dietro un fatto più grave: l’essere stato pubblicamente apprezzato e ammirato da diversi (sedicenti o pseudo-) intellettuali che non hanno compreso il pericolo del loro avallo.

 

Applicare questa logica in Italia, significherebbe rovesciare tutti i principi che i padri costituenti hanno voluto inserire nella carta costituzionale: primo fra tutti il diritto di manifestare liberamente le proprie idee.

 

Nel suo piccolo, questo comportamento rientra nella giustizia-fai-da-te che in un Paese civile non può essere tollerata.

Cosa farebbe questa commessa se, lavorando in un ufficio pubblico, si trovasse di fronte uno spacciatore che ha bisogno di un certificato: glielo negherebbe perché l’utente che ha di fronte “vende morte” ai ragazzini?

 

E che succederebbe se un ginecologo si rifiutasse di visitare/operare una donna incinta, perché ha manifestato idee politiche opposte alle proprie (magari su facebook o su twitter)? Lascerebbe morire il bimbo in grembo perché non condivide la visione del mondo della madre?

 

Lasciamo allora che la giustizia sia ripristinata dagli organi deputati a farlo. Lasciamo ognuno libero di manifestare le proprie idee, anche se – è dura da accettare – non le condividiamo.

 

E se qualcuno è davvero convinto che Salvini sia razzista, lo denunci, permetta agli organi competenti di accertare se abbia effettivamente violato la legge, ma gli dia la possibilità, in condizione di presunzione di innocenza, di mangiare il suo gelato.  

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