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Strategie del dopo voto

 

Sono passate due settimane dal voto e ancora nulla sembra essere stato deciso in termini di alleanze. Timide e riservatissime telefonate, messaggi indiretti agli avversari, proclamati dalle poltrone di qualche talk show o a mezzo interviste sui vari quotidiani, ma ancora nessuna ufficializzazione. Come mai? Cosa sta succedendo?

Gli scenari sono ancora tutti aperti. Gli accordi all’orizzonte potrebbero dar luogo ai più disparati risultati, che, qui di seguito, sintetizziamo per sommi capi.

Primo scenario: Di Maio Presidente del Consiglio con appoggio esterno del Partito Democratico.

Secondo scenario: Di Maio Presidente del Consiglio con appoggio della Lega di Salvini.

Terzo scenario: Salvini Presidente del Consiglio del centro-destra con appoggio esterno di un gruppo di responsabili del Partito Democratico.

Quarto scenario: Salvini Premier con appoggio (non per forza esterno) del Movimento 5 stelle.

Le varianti a queste ipotesi possono essere diversi e particolari: sfumature che qui non vale la pena elencare, anche perchè l'intervento del Capo dello Stato che ad oggi non si è sbilanciato in alcun modo, potrebbe ribaltare tutte le ipotesi e dal luogo ad un caso particolare.

 

Il punto su cui si vuole portare l’attenzione riguarda invece i motivi che spingono i rappresentati dei partiti a non accelerare sull’accordo. È pura strategia e semplice calcolo politico? Dietro a queste attese e silenzi ci sono raffinati strateghi e consulenti politici che si stanno scervellando per trovare la soluzione migliore per non far crollare i consensi guadagnati (e, in certi casi, sudati) durante i mesi di campagna elettorale?

 

Facciamo un esempio, basandoci sullo primo scenario di cui abbiamo detto sopra. È evidente che, se dovesse realizzarsi questa ipotesi, per i successivi cinque anni Di Maio avrebbe contro (ammesso che l’eventuale alleanza col PD duri l’intera legislatura) tutto il centro-destra che, con l’occasione, si consoliderebbe e rinsalderebbe attorno al suo nuovo leader Salvini (con buona pace di Silvio Berlusconi). Lo stesso Salvini, del resto, avrebbe vita facile all’opposizione, denunciando “l’inciucio” tra il PD e il M5S, accusando quest’ultimo di aver risuscitato un partito (quello democratico) che gli elettori avevano bocciato categoricamente il 4 marzo e al quale avevano riservato – come più volte dichiarato peraltro dal suo ex-segretario Renzi  il ruolo di opposizione.

Risultato: alle prossime elezioni, qualunque sarà la soglia per il premio di maggioranza, il centro-destra la supererebbe senza troppe difficoltà.

Lo stesso ragionamento vale anche nel caso del terzo scenario, con la differenza che, in questa ipotesi, sarebbe il M5S a gridare all’inciucio. Questo caso annienterebbe definitivamente il PD e polarizzerebbe gli schieramenti facendoci ritornare ad un sistema bipolare che ha caratterizzato il ventennio berlusconiano.

Il secondo e il terzo scenario, infine, determinerebbero una ripresa di consensi del PD nei confronti dell’elettorato di sinistra, deluderebbe gli elettori del Movimento 5 Stelle (che hanno sentito ripetere per anni “nessuna alleanza con nessuno” dai loro portavoce) e toglierebbe definitivamente a Salvini il ruolo di leader del centro-destra.

 

Sono questi i ragionamenti che tengono banco nelle segreterie del partito e spingono i rappresentanti dei singoli schieramenti a rilasciare dichiarazione non troppo esplicite.

C’è un elettorato da non deludere e una credibilità da mantenere, alla luce delle tante (forse troppe) promesse fatte durante la campagna elettorale.

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